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In questi ultimi anni, molto si è sentito parlare dell’Associazione
delle Tredici Casade e delle sue attività a Trieste.
Abbiamo assistito a sfilate, duelli, spettacoli di giocolieri,
ascoltato musica medioevale dal coro del maestro Botta, presentazione
di libri, conferenze anche nelle scuole e una rappresentazione
teatrale - basata sulla tragedia dei Ranfo - nella splendida
cornice del Teatro Romano. I triestini hanno mostrato di apprezzare
questi eventi ma non sono mancate pesanti critiche specialmente
riguardo all’origine del nome dell’Associazione
stessa. Infatti, c’è chi sostiene che queste
benedette Tredici Casade altro non siano se non un’invenzione
recente, una leggenda metropolitana per così dire “datata”.
L’Associazione di cui si parla, dunque, mancherebbe
di precisione scientifica nella sua ricostruzione della vita
triestina del medioevo. Ma la precisazione scientifica mal
si adatta alla storia ed inoltre, se di leggenda si tratta,
da dove trae origine?
Il primo che ci racconta le gesta
dei Patrizi triestini è fra Ireneo della Croce al secolo
Giovanni Maria Manarutta, autore di una monumentale Historia
di Trieste edita a Venezia nel 1698. L’Ireneo, carmelitano
scalzo, fu in seguito utilizzato come fonte storica da tutti
quelli che vennero poi: Cratey, con la sua Perigrafia, una
descrizione delle vie, piazze ed androne della città,
Mainati che tentò di completare l’opera dell’Ireneo
e ancora Domenico Rossetti e Pietro Kandler questi ultimi
due senz’altro gli storici più illustri del XIX
secolo. Nel ‘900 scrissero dei patrizi il Tamaro, Oscar
de Incontrera e Piero Sticotti. Chi se ne occupò con
maggior dovizia di particolari fu però, certamente,
Luigi de Jenner il quale fu incoraggiato ad occuparsi di storia
patria proprio dal Rossetti e dal Kandler. Luigi de Jenner
ebbe modo di vedere le carte del nostro Archivio Diplomatico
nei due anni che fu alle dipendenze di Domenico Rossetti,
allora procuratore Civico. Lavorò quindi per il Kandler.
Morì nel 1868 dopo una vita di stenti contrassegnata
da ore su ore curvo sui documenti. Luigi de Jenner ci ha lasciato
una caterva di carte rilegate poi in grossi volumi. Due di
questi volumi si occupano proprio delle Tredici Casade fornendo
alberi genealogici, stemmi e notizie di vario tipo.
Che queste famiglie fossero esistite, dunque, non c’è
dubbio alcuno! Basta aprire a caso uno dei numerosi codici
dell’archivio Diplomatico a partire dal XIV secolo e
si troverà certamente qualche personaggio appartenente
ad una delle famiglie. La domanda è: erano davvero
dei nobili come si vantavano di essere? Bastava l’esibizione
di uno scudo per definirli tali? Nel 1948 la sempre benemerita
Società di Minerva dibatté a lungo il problema.
Le conclusioni a cui si giunse
furono negative. Già nel 1927 l’allora Consiglio
dei Ministri a mezzo della Consulta Araldica negò l’esistenza
di un Patriziato Nobile a Trieste e ciò in base ai
dati storici in possesso. I quali fatti storici consistono
in ben pochi documenti antichi, ché gli archivi andarono
per la più parte persi nell’ incendio del 1690.
Non esiste il famoso documento del 2 febbraio 1246 con il
quale si sarebbe dovuta costituire quella Confraternita di
San Francesco che doveva riunire le tredici famiglie più
potenti della città: Argento, Baseggio, Belli, Bonomo,
Burlo, Cigotti, Giuliani, Leo, Padovino, Pellegrini, Pettazzi,
Stella, Toffani. Esiste invece – conservato nell’Archivio
Diplomatico della Biblioteca Civica – un documento datato
1661 nel quale viene riportato lo statuto della Confraternita
di san Francesco (o delle Tredici Casade) facendone risalire
l’origine al 1246.
Nel 1734, come scrive il Kandler nella sua Storia del Consiglio
dei Patrizi, queste illustri famiglie presentarono all’Imperatore
Carlo VI una supplica per ottenere di poter sfoggiare un contrassegno
che li distinguesse: il famoso rosone delle Tredici Casade
la cui copia in pietra fa bella mostra di se all’ingresso
del castello di San Giusto. La corte negò il permesso:
le famiglie tergestine indicate non possedevano i requisiti
necessari per poter esibire in pubblico un collare con la
medaglia proposta.
La storia delle 13 casate è
invece strettamente legata a quella del Consiglio della Città.
Il quale Consiglio, emancipatasi Trieste dal potere feudale
dei Vescovi, composto all’inizio da 160 membri scelti
dal Podestà, fu ben presto soggetto a “serrata”
provvedimento, questo, ricorrente in moltissime realtà
municipali dell’epoca tant’è che successe
anche a Venezia nel 1297.
Così, mentre in precedenza i Consiglieri duravano in
carica un solo anno, in data da porsi poco prima della nuova
redazione statutaria del 1350, si provvide a che il titolo
di Consigliere fosse a vita e che non vi potesse accedere
se non chi avesse avuto il padre o l’avo consigliere.
Tuttavia un tale provvedimento non fu in pratica applicato
perché in seguito entrarono nel Consiglio anche elementi
della più plebe più bassa né valsero
le proteste dei patrizi ché l’imperatore le ignorò
del tutto. Non esiste un documento che sancisca tale serrata
proponendo una lista delle famiglie che abbiano il privilegio
di far parte da allora del Consiglio. Non è possibile
reperire a Trieste alcun elenco di famiglie nobili prima del
secolo XIX quando le tredici Casade sono inserite tra numerosi
altri nomi. Del resto il Consiglio variò anche molto
la sua composizione. Partito a norma di statuto con 180 membri
fu ridotto dall’ Arciduca Carlo, nel 1564, a soli 80
componenti perché non si trovavano persone adatte a
ricoprire la carica…fu poi riportato al numero previsto.
Nel 1613 Ferdinando lo portò di nuovo a 160. Gli eredi
delle tredici famiglie protestavano con veemenza ad ogni nuova
immissione di consiglieri a loro avviso non appartenenti all’antica
nobiltà cittadina.
Maria Teresa, con sovrana Risoluzione del 2 ottobre 1779,
ora conservata presso l’ Archivio di Stato, stabilisce
che nobile debba considerarsi l’intero Magistrato come
rappresentanza collegiale ma di dovere escludere la nobiltà
personale ed ereditaria dei singoli membri del Consiglio e
del Patriziato triestino. Tant’è che l’assenza
di un riconosciuto ordine nobiliare triestino indusse la stessa
Maria Teresa a non visitare mai la nostra città perché
il rango non le consentiva di soggiornare in un albergo e
non c’era dimora privata che potesse ospitarla in quanto
proprietà di una casata riconosciuta con titolo nobiliare.
Nel 1808 lo stesso Domenico Rossetti, incaricato di compilare
i nuovi statuti della città, all’ articolo VIII
degli stessi così definisce i Patrizi:
“Allo stato Patrizio
appartengono tutti gli individui che discendono da padre patrizio
e quelli cui fu conferito il patriziato”
nel VII articolo afferma però
che:
“Il patriziato non conferisce
nobiltà ma il diritto ad essere aggregato al Consiglio
e di avere la preferenza in certi uffici”.
Con ciò il Rossetti fotografa
una situazione di fatto consolidata e per così dire
“storica”.
Occorre dunque distinguere nettamente
il patriziato quale funzione pubblica e il rango nobiliare
quale viene in essere per mezzo di una precisa investitura
sovrana. E’ ben vero che molti componenti delle Tredici
Casade, specialmente in tempi più recenti, ricevettero
titoli baronali, ma erano chiaramente riconoscimenti alla
persona e quindi non ereditabili. Solo nel secolo XVII ricevettero
titolo di conte i Petazzi. Del resto basta scorrere velocemente
gli atti conservati nell’Archivio Diplomatico della
Biblioteca Civica per accorgersi che c’erano numerose
altre famiglie con le stesse prerogative, per esempio Montecchi,
Mercatelli, de Rubeis, Ade/Adamo, Ottobono, Giudici, Jacogna,
Chiozza, de Ghenano, Ziuleti e tanti altri.
A questo punto però si
deve fare attenzione a non cadere dall’agiografia fantasiosa
di questo mito delle Tredici Casate nell’errore opposto
di ignorarle e per così dire snobbarle. Questi patrizi,
infatti, si rifacevano ad un modello precedente all’epoca
nella quale si impose il diritto feudale, origine della nobiltà
europea. Essi si rifacevano a quel Municipium romano nel quale
era vero titolo di nobiltà l’appartenere al numero
di coloro che sovrintendevano alla Res Pubblica e che quindi
meritavano di essere riconosciuti come rappresentanti della
Città. Si sentivano decurioni e quindi facenti parte
di un organismo civile nobile in quanto antichissimo. Tant’è
che quando, nel 1506, cinquanta patrizi triestini si offrono
come scorta nobile a Bianca Maria Sforza, che si recava a
Vienna sposa a Massimiliano I, vengono accettati. Quelle tredici
famiglie, che bene o male furono costantemente presenti nel
Consiglio e che ricoprirono per tante generazioni cariche
pubbliche, furono orgogliosi di appartenere ad una latinità
che nella storia di Trieste si confrontò spesso con
il mondo germanico e se non seppero adeguarsi ai mutamenti
storici, rimanendo legati alla nostalgia dei tempi andati
e rimanendo così, nell’immaginario collettivo,
come la vere radici della nostra gente.
Se, in conclusione, le Tredici
Casade non possono essere considerate la Nobiltà Triestina
degli antichi tempi, se non esistono prove certe che davvero
fu istituita una Confraternita di San Francesco nel XIII secolo,
non dimeno si deve ammettere che questa tradizione fu accettata
comunemente, ed anche da storici illustri, per più
di 300 anni divenendo così una autentica tradizione
cittadina. Non a caso, nella Trieste vecchia, esistono ancora
diverse case patronali con l’emblema familiare di queste
famiglie. Le stesse inoltre sono tutte ricordate dalla toponomastica
triestina e il loro rosone fa ancora bella mostra di se appena
si varchi l’arcigno ingresso del castello di San Giusto.
Inoltre nella Chiesa della Beata Vergine del Soccorso in Piazza
Hortis esiste l’altare dedicato alle Tredici Casade
in quanto, furono proprio queste famiglie (che si dice fondassero
la loro Confraternita proprio in quella zona) a donare gli
altari di marmo al posto di quelli antichi in legno.
Esse quindi possono bene diventare il pretesto per rivisitare
una parte della nostra storia troppo spesso dimenticata a
beneficio della più recente agiografia cittadina di
altri personaggi illustri ma certo non triestini, a cominciare
dalla mai abbastanza lodata Maria Teresa per finire a Sissi
e Massimiliano ai quali nulla si deve togliere ma che non
sono certamente “tutta” la storia di Trieste.
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